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April 25 Il vocabolario del tifosenza parole Da ragazzo passavo per essere un discreto portierino, ma giocavo anche all’ala (ho segnato un memorabile goal ‘a foglia morta’ su punizione) e riuscivo bene nel ruolo del libero. Poi ai miei occhi il calcio ha perso il valore del gioco, e la mia passione è andata rarefacendosi nel tempo. Come ho scritto altrove, il suo mondo ed i suoi personaggi non mi appartengono più. Ma le stranezze del suo linguaggio conservano un indubbio fascino. Termine. 6 - L’arrivoSo già che in primavera
L'oscuramento convenzionaleL’omeopatia è certamente un argomento che affascina. Il tema viene trattato in maniera esauriente, a mio avviso, su questo sito. E così, tanto per controbilanciare gli argomenti di Oca sapiens, la quale anch’ella ne parla diffusamente, qualche tempo fa ho letto un trafiletto sul sito di una rivista che sostiene di rappresentare un insostituibile strumento di controinformazione su medicine non convenzionali, alimentazione naturale, energie rinnovabili, ricerca interiore, agricoltura biologica, ambiente ed ecologia, ma anche un punto di riferimento per tutti coloro che intendono dare priorità all’essere rispetto all’avere e trasformare la propria vita in maniera consapevole e nel pieno rispetto della natura. Ora, io non so voi cosa intendiate per controinformazione. Dal mio punto di vista, significa fornire elementi di conoscenza ‘nascosti’ o ‘mascherati’, magari a bella posta, per offrire un quadro informativo quanto più completo possibile e consentire al destinatario dell’informazione di orientarsi da sé. Se la faccenda vi interessa, leggete il seguito. Nel trafiletto in questione, che si può leggere in originale qui (date uno sguardo anche ai commenti), si sostiene, citando le ricerche effettuate dal prof. Elia, che Dai chimici arriva dunque la prova che i rimedi omeopatici, cioè ripetute e progressive diluizioni in acqua di principi attivi, non possono essere considerati semplice «acqua fresca» senza caratteristiche peculiari e senza efficacia, come più volte ripetuto dai moltissimi detrattori dell’omeopatia, che in Italia costituiscono il fronte che più ferocemente si oppone al varo di una legge in materia. In realtà, il prof. Elia, col quale in molte occasioni mi sono cordialmente intrattenuto sull’argomento, scrive di acqua che sia stata sottoposta alla singolare ed originale procedura che caratterizza la preparazione dei rimedi omeopatici (la succussione, NdR). In altri termini, nel corso delle sue ricerche, egli ha osservato comportamenti ‘anomali’ dell’acqua, che sono da ascrivere non alla presenza di sostanze ‘omeopatiche’, ma alla procedura di violenta agitazione meccanica alla quale essa viene sottoposta. Ed ecco la ragione per il mio commento, che trascrivo qui sotto, per vostra comodità, seguito dalla successiva replica, a firma di CB, ed, infine, dalla mia controreplica. 05/01/2009 - RaffRag 22/03/2009 - CB 28/03/09 - RaffRag Letto? Bene, mi direte, cosa c’è che non va? C’è che, al di là dell’uso tendenzioso del linguaggio che traspare dal trafiletto di cui sopra, la mia controreplica del 28/03/2009, fino ad oggi, non compare sul sito in questione. Se volessi esagerare, direi che è stata ‘oscurata’. Evidentemente, CB ha voluto darmi ‘na ‘mparata ‘e crianza (traduco: una lezione di educazione), introducendo, più o meno esplicitamente, la regola che le obiezioni vengano sollevate alla rivista che in origine ha pubblicato l’articolo. E sia, la regola va bene. Tuttavia, lavorando di fantasia sul contenuto dell’articolo, CB, o chi per lui/lei, scrive cose di cui è dir poco che generano l’equivoco. Poi, di fronte alla mia precisazione, giunge a far professione di democrazia, a ribaltarmi contro le puntualizzazioni, come se me le fossi inventate, e a rimandare ad altri la competenza a rispondermi. E’ perfino legittimo, infine, che ritenga controproducente render pubbliche controrepliche che dirimano la materia. Ognuno è padrone in casa sua. Ma l’oscuramento ‘convenzionale’, praticato da chi proclama la controinformazione, non rende un buon servigio alla causa delle medicine non convenzionali, alle quali davvero non servono argomenti basati su rudimentali espedienti linguistici. In fondo, sono un fautore della libertà di cura, anche quando le evidenze scientifiche sono a sfavore o quelle a favore sono palesemente inconsistenti. Ed io stesso, non sapendo bene di cosa si trattasse, ho fatto ricorso, in un lontano passato, a cure ‘omeopatiche’. Ma le chiacchiere fini a se stesse mi rendono affatto nervoso. La solita cronacaSpero che mi crediate se vi dico che non lo facciamo apposta. A chi guarda dall’esterno, i nostri continui spostamenti potrebbero sembrare animati dal desiderio di sfuggire a qualcosa a cui non riusciamo a sottrarci, perché è sempre lì, accanto a noi, anche se ci imponiamo di credere di vivere in un paese normale. Rientriamo alle 19:30 da Castellammare, di cui vi ho raccontato quattro giorni fa. Ieri era quasi buio, oggi c’è ancora luce, per via dell’ora legale. Telefono per concordare l’acquisto di una pizza, la nostra cena, stasera. Sento una certa ambiguità nelle parole della signora: mi dice che le 20:30 sono l’orario migliore per ritirarla, perché c’è un po’ di movimento. Non capisco. Clienti, penso fra me e me. Poi, all’orario fissato, usciamo. E giù, in fondo, appena dopo aver svoltato a sinistra per raggiungere la pizzeria, la strada è sbarrata. Sulle prime mi pare che vogliano farci accostare per un controllo. Poi un vigile, asettico, ci dice che c’è stato un omicidio, di lasciare l’auto e andare a piedi. Lontani circa trecento metri, verso Torre del Greco, si distinguono un assembramento e delle auto messe di traverso sulla strada. Lungo il breve tragitto scorgo persone che sembrano stare lì ad aspettare qualcosa. Ho la sensazione che siano parenti o sodali del morto ammazzato. Poi sapremo dalla signora, più coinvolta, che c’è stata una sparatoria. Si chiede se la lasceranno passare, con l’auto, per consegnare le pizze. Per fortuna, dovrà andare nella direzione opposta. Ed è così che anche oggi le pallottole hanno assolto al loro compito bestiale, per confermarci chi controlla il territorio, qui. Da Ercolano niente di nuovo, tranne la solita cronaca. Il mio desktopChi volesse saperne di più sul mio conto non ha che da guardare la foto e leggere l’articolo. Una città normaleNelle loro passeggiate precedenti si erano diretti verso il fiume. Un eufemismo, in realtà, perché era ridotto ad una fogna, la più grande fogna a cielo aperto d’Italia, se non d’Europa. Ed il tragitto verso di esso(a) era una sorta di prologo a quello che vi si sarebbe trovato: carcasse di animali, rifiuti di vario genere, scarti industriali, fabbricati cadenti. Insomma, tutto il repertorio delle periferie abbandonate, dove sarebbe bastata una saggia e volenterosa opera di bonifica per avviare il recupero del territorio. Invece, in fondo, ecco la cattedrale nel deserto del recente porto turistico, costruito su una vasta spiaggia di sabbia vulcanica ridotta ad un ammasso di cemento accessibile solo ai ricchi proprietari di barche, a ridosso dell’estuario, cementificato anch’esso. Una ferita ai loro occhi. Ecco, era nell’aria che dovessero cambiare percorso. E fu così che quel pomeriggio fecero un’altra strada. Costeggiando, nel verso opposto, la lunga spiaggia nera, lungo i viali della villa, arrivarono alla banchina nuova. Lì il porto s’apre sullo scalo dal quale ancora scivolano in mare le navi, quando sono pronte per il varo. Nel piazzale adibito a parcheggio metteva di tanto in tanto le tende un piccolo circo. Un circo senza trapezisti, ma con un domatore coraggioso. O tanto incosciente, a detta del padre, da osare di mettersi a cavalcioni di un leone al centro della gabbia. Da lì, da dove avevano abitato, un filo invisibile li guidò ai silos del grano, lungo la passeggiata dei misteri, che era chiusa da un cancello ai tempi della loro infanzia. Vi si addentrarono con curiosità, fino alla scritta in inglese. Il padre ci aveva lavorato, da giovane, in quel posto, ed era lì che aveva imparato la lingua, sul finire della guerra, facendo l’interprete per gli americani. Poi percorsero fino in fondo la banchina e bevvero alla fonte dell’Acqua della Madonna. Non senza notare che in quel territorio si distinguevano ancora i segni storici della camorra. Ritornarono indietro pe’ ddinto,
per il centro storico scandito dalle chiese. Alla Pace arrivarono lungo
via Santa Caterina, addentrandosi di tanto in tanto nei vicoli
laterali. Quei luoghi li conoscevano bene. Entrarono in qualche chiesa,
cercando le lapidi del tempo andato, e in un portone, credendo di
ritrovarvi la casa dei bisnonni. Ma cominciò ad acuirsi il senso di
disagio che già avevano avvertito nel porto. C’era qualcosa, in quei
luoghi, che li metteva in guardia, inducendoli ad alzare il passo. Una
sorta di metafora della rapidità con la quale gli anni erano trascorsi,
forse alimentata dall’esuberanza degli scugnizzi, dai ruderi del
terremoto, dalla constatazione che è difficile rintracciare i segni del
passato dopo le deturpazioni di cinquant’anni di cambiamenti. Dalla
Pace, risalendo lungo la via dell’antico carcere circondariale, che
scoprirono essere stato trasformato in appartamenti civili, ove aveva
abitato lo zio ciabattino, raggiunsero salita Quisisana, nei pressi del
teatro Borbonico. Poi la discesa fu breve, fino al cancello che apriva
l’accesso alla scuola di uno di loro. E in venti passi furono a piazza
Caporivo, ove s’affaccia il portone della casa natìa di Raffaele
Viviani. Ma non vi si fermarono, e s’affrettarono a completare il loro
breve viaggio nei luoghi della memoria. Sarebbero trascorse ventiquattr’ore,
prima che percepissero a fondo che cosa mai avesse reso il loro passo
veloce. Eppure, dopo il penultimo omicidio di camorra, il sindaco l’aveva detto con le lacrime agli occhi che la città aveva fatto un percorso straordinario negli ultimi anni. Meno maleQuel giorno stavo raggiungendo l’Istituto Chimico. Ero all’inizio della discesa di via Mezzocannone, quasi all’altezza del numero sedici, quando lo vidi salire dall’altro lato, mingherlino, la barba lunga, ma rada, il capo coperto da quella sorta di kippah, come s’usava in quegli anni tra gli studenti di sinistra, senza che avesse alcuna attinenza, credo, con quella indossata dagli Ebrei. Abbozzammo un cenno di saluto. Poi, un passo dopo, non lo vidi più. Sparito in un battito di ciglia. Ma, scrutando nella sua direzione, scorsi qualcuno a terra, rannicchiato dietro le ruote di un’auto in sosta. E capii. Lo stavano picchiando in due, forse tre, con i capelli corti. Avevo spesso sentito parlare di queste ronde di picchiatori, ma non le avevo mai viste in azione. Agivano come scippatori. Rapidi, decisi, chirurgici, pugni e calci sferrati con una rabbia che non riesco tuttora ad immaginare, nemmeno in risposta ad una insistente provocazione. D’istinto attraversai la strada per affrontarli, ma scapparono via e presto si mescolarono con i passanti, imbelli ed indifferenti davanti a quell’improvvisa esplosione di violenza. Ed io mi fermai a soccorrere il mio compagno. Ebbi timore che nessuno volesse saperne di aiutarmi, ma il proprietario di un bar ci accolse con premura, e me ne ricordo ancora quando passo di lì. Oggi, finalmente, qualcosa è cambiato. Agiscono di notte, adesso, anche se pur sempre nei paraggi della città universitaria. Saranno i figli o i nipoti della teppaglia post-sessantottina quelli che vanno in giro a ‘punire’ i coetanei la cui pelle ha un colore diverso? Eppure, non capisco perché la notizia faccia tanto clamore. Avranno le loro buone ragioni, mi dico, e sono ‘quasi’ in regola, se il governo ha pensato perfino di istituzionalizzare le ronde, se anche a sinistra ci son tanti che ne condividono la scelta. Meno male. Così tutti dimenticheranno presto quel ‘quasi’ e capiranno che non è proprio il caso di tentare di fermarli. Freccia azzurra‘Domani è un giorno speciale’, dice Pino Daniele in una sua canzone, ma non so se abbia voluto riferirsi a ‘domani’. Ad ogni modo, per me non lo è mai stato. Rifuggo dall’esteriorizzare i miei sentimenti in coincidenza con le ‘feste comandate’. Sicché, non aspettatevi cuoricini a San Valentino o rose per la festa della mamma o mimose ‘domani’. E allora? Allora c’è che oggi sono stato sul luogo di quest’incidente, per via della curiosità che mi prende quando accade qualcosa in un posto che conosco. In alto, dove si scorgono i nastri di recinzione, si è affacciato sul vuoto, rimanendovi in bilico, l’autobus di studenti francesi. E’ una delle arcate del ponte di Pozzano. Ed è lì sotto che di sera, verso la fine degli anni sessanta, riceveva ancora la sua clientela ‘Freccia Azzurra’, una battona di cui mi raccontarono i miei compagni. Ma il soprannome non aveva niente a che vedere con la velocità delle sue prestazioni. O forse, chi lo sa, c’era un doppio senso. In origine, a detta di uno che aveva dovuto frequentarla, le venne dal talco Felce Azzurra Paglieri, col quale si incipriava. Poi, qualche anno dopo, andai a casa sua, ma non fu per ‘andare a puttane’, un genere che non ho mai praticato. Le portammo la spesa di Natale, ché la sua bellezza era ormai sfiorita, ed era costretta ad arrangiarsi con estimatori di bocca buona. Mi è sempre piaciuto pensare che in gioventù poteva essere stata una di quelle che De André ha voluto raccontare in Via del Campo. E’ per questa ragione che per ‘domani’, contravvenendo alla mia regola, voglio dedicare un pensiero speciale a tutte le ‘Frecce Azzurre’ del mondo, a tutte quelle costrette a stare sulla strada a guadagnarsi la vita, in questo mondo di ronde, di untori e di grida manzoniane. il ponte di Pozzano La giaraNo, Pirandello non c’entra niente. L’idea di oggi nasce da una notizia che mi arriva dal blog di squiliber:
la corruzione costa 60 miliardi di euro l’anno (116000 miliardi di
lire). Ed è così che, incuriosito, comincio a cercare ‘corruzione 60
miliardi’. Tra le altre cose, Google mi restituisce questo blog, dove trovo questo link, dove trovo la mappa
della corruzione, misurata con un indice che va da 0 (massima
corruzione) a 10 (massima onestà). Per il 2008, su 180 nazioni,
partendo dalla nazione più onesta, che risulta essere la Danimarca, con
9.3 punti, l’Italia si colloca al cinquantacinquesimo posto, con 4.8
punti, e la Somalia all’ultimo, con 1.0 punti. Mediocre, ma forse
meglio delle attese (non c’è limite al peggio). Forse dà un po’ da
pensare il fatto che la Somalia sia stata colonia italiana. Poi annoto
che l’utile netto di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona
Unita messe insieme è di 70 miliardi
di euro. E, in sequenza, mi coglie la tentazione di mettere alla prova
una mia vecchia idea, cioé che le manovre finanziarie dei nostri
governi rappresentino, a occhio e croce, il 10% del sommerso annuo da
corruzione. Il conto è presto fatto: il 10% di 60 miliardi è
esattamente 6 miliardi. Ora, numeri alla mano, posso verificare quanto
la mia stima si avvicini al giusto. Leggo dal Prospetto di copertura della Legge finanziaria 2009, che si può trovare a questo indirizzo
(fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri): gli oneri da coprire
per il 2009 sono pari a circa 6.2 miliardi di euro (circa 12000
miliardi di lire). Uhm, ci sono andato proprio vicino. Segno che ho
stimato bene l’ingordigia dei politici. Ma ora, se la confrontiamo con
i costi della corruzione, non vi pare che una manovra finanziaria di
questa portata sia ridicola ed inutile? Come dire, la giara è bucata in
dieci punti, e noi mettiamo un tappo al buco che è sul fondo. Ma l’olio
continuerà a colare dagli altri nove. Ditemi che ho solo sbagliato i
conti. MetaforeMolti dei loro pomeriggi li trascorrevano alla biblioteca scolastica. I genitori, alle prese con l’eredità delle trappole proletarie postbelliche, erano l’una, casalinga, impegnata ad accudire l’ultimo nato di turno e l’altro, pur professore di scuole medie, intento ad inventarsi nuovi introiti per tener su l’economia familiare. Ed ecco che i più grandicelli, dopo aver terminato i compiti, erano dirottati verso altri lidi, facendo di necessità virtù. Di quella biblioteca erano gli unici frequentatori assidui, e fu una fortuna, a confronto con l’altro impegno pomeridiano. Chissà perché il Direttore - a quel tempo, il dirigente delle scuole elementari si chiamava così - si era inventato quella sorta di tempo prolungato ante litteram. Nemmeno si sapeva, allora, cosa fosse, ma si può affermare che fu lì che furono educati alla lettura. L’altra metà dei loro pomeriggi la spendevano in chiesa: niente azione cattolica, né boy-scout, ma apprendisti del rito. Insomma, chierichetti. Non erano bravi, né col biliardo né col biliardino. Erano molto diligenti, invece, più degli altri, ad apprendere le pratiche rituali, la cui gerarchia era scandita dagli oggetti del culto. C’erano, in ordine d’importanza ‘o canneliere, ‘a navetta, ‘o ‘mbrellino, ‘o ‘ncensiere. E c’era anche chi, nelle occasioni culminanti, era addetto a reggere ‘e pizze d’o piviale. Forse la loro curiosità di conoscere prevaleva sul desiderio di divertirsi. Comunque sia, in quella veste conobbero anche le prime asprezze della vita. E, in verità, le premesse per esporli al dileggio dei loro compagni ‘chierichetti’ c’erano tutte. Infatti, il parroco sembrava avere per loro un occhio di riguardo; magari li considerava il fiore all’occhiello dei giovani frequentatori della Cattedrale: erano pur sempre figli di un comunista! I bulletti li chiamavano gli indiani, segregati ante litteram (il bullismo, male endemico della nostra società ed anticamera dell’odio per il diverso). E il parroco era troppo spesso assente per riconoscere a vista la sola e vera causa dei litigi. Fu così che il maggiore, Nuvola rossa, si convinse che bisognava tirar fuori gli artigli, per difendere gli altri due, soprattutto il minore. Un pomeriggio, irritato dall’ennesima angheria, sferrò un diretto alla mascella del malcapitato antagonista, un recente adepto proveniente dall’America, provocandogli la caduta di un dente. Non si è mai saputo se fosse di quelli di latte. Il parroco nemmeno si avvide di quello che era accaduto. E Nuvola rossa continuò a servir messa la domenica mattina. Anni dopo, guardando un film interpretato da Dustin Hoffman, si rese conto che sarebbe potuto diventare un cane di paglia. Questo raccontino, autobiografico,
potrebbe anche essere una metafora della cronaca di questi giorni.
L’assenza dello Stato (il parroco) promuove la giustizia fai da te. I volontari vigilantes
diventeranno in breve dei pericolosi cani di paglia. E il parroco
fingerà di non accorgersi di loro. Chi sarà capace di liberarcene, una
volta che avranno preso piede? February 24 Via Ventaglieri a mio padre
Quando primieramente la cercammo AnniversariPur se talora sfuggono gli anniversari,January 21 ASPERAFinge sussulti ancora il simulacroDecember 12 IriaAd IriaLa letteraI ricordi, li si può mai rimuovere d’un colpo, liberandosi di netto di qualcosa che ne è il simulacro? Roberto è riaffiorato dal mio passato quando, su questo blog, ho voluto raccontare alcune cose del sessantotto. E’ riemerso come un fantasma, perché la malattia lo ha definitivamente distrutto ad aprile di quest’anno. Ed ho scoperto che aveva, in anni recenti, pubblicato il testo di un dramma, Le ragioni dell’altro, che delinea, con tecnica che definirei pirandelliana, l’essenza del suo passato; e che altro aveva scritto ne Il covile. Adesso, non mi resta che il piacere di scrivere queste righe, per raccontare di noi, di una delle tante piccole grandi storie del sessantotto, che sembrano stemperarsi come favole all’ombra dell’ufficialità degli anni di piombo della lotta armata e degli anni d’oro degli sciacalli opportunisti. Lo conobbi all’Università. Eravamo entrambi studenti di Chimica alla ‘Federico II’, ma lui era di un corso successivo al mio, un paio d’anni di differenza. Però non ricordo quando. Forse qualche tempo prima che fosse trascinato in questura, insieme con Claudio e con Cosimo, per avere impropriamente utilizzato delle risme di carta dell’Istituto Chimico. Il Direttore era Paolo Corradini, un grande scienziato, che, nel non volere mai accettare la nostra maniera d’esser giovani, la nostra convinzione nel cercare una società diversa, andava guarnendo le porte dell’Istituto con simbolici catenacci. La carta era servita per ciclostilare dei volantini, ché all’epoca le fotocopiatrici erano ancora merce preziosa, ed il ciclostile era lo strumento più economico per stampare in proprio. Corradini chiamò la polizia, e i poliziotti portarono via tre dei nostri colleghi, a caso. Non c’ero quel giorno, nella famosa Aula 2, fulcro delle attività studentesche, e non so quale seguito ebbe la storia. Resta il fatto che con Roberto rimasi amico, anche perché era dello stesso corso della mia compagna. Nel 1973 divenimmo entrambi dipendenti della ‘Federico II’, grazie ad un concorso nel quale un commissario prete, Savino Coronato, professore di matematica assistente di Caccioppoli, riuscì a mettere in atto l’escamotage di classificare ultimo degli idonei il raccomandato di ferro del Rettore dell’epoca, Giuseppe Tesauro. Così, oltre ai trentuno vincitori, furono assunti altri duecento idonei, all’incirca. Roberto fu assegnato alla Chimica Biologica, in Seconda Facoltà di Medicina, dove già imperversava Franco Salvatore, l’imperituro deus ex machina della Biochimica napoletana. Ma dopo qualche tempo fu trasferito a Fisica, nella vecchia sede di via Tari, dov’era direttore Antonio Carrelli, in veste di addetto alla biblioteca. Vi rimase fin quando non se ne andò, saranno stati un paio d’anni dopo. Per andare ad insegnare, mi disse, forse a Roma, non so. Di lui, a quel tempo, i ricordi più nitidi sono legati a due incontri. Il primo fu nel 1973, all’angolo tra il Rettifilo e Mezzocannone, dove soleva stazionare uno storico venditore d’araldica a basso costo. Si era diffusa la voce che io ed la mia compagna ci saremmo sposati. Non parlammo del figlio che era in arrivo. Non poteva certo esser lui a chiedere dettagli su quello che all’epoca la mentalità di molti, intrisa di un cattolicesimo bigotto, considerava un matrimonio riparatore. Mi sembrò più che altro curioso del fatto che ci imbarcassimo, giovani, nel progetto di una vita. Le mie risposte furono scarne: molto s’improvvisava, allora, per forza di cose, e forse non fui in grado di dargli le risposte che cercava, se ne cercava. Il secondo incontro di cui abbia memoria ci fu quando andai a trovarlo nella biblioteca di Fisica. Vi si era trasferito da poco, ma lo vidi incerto, insoddisfatto, teso come alla ricerca di qualcosa di indefinibile. Forse sapeva già che l’impiego all’Università non sarebbe stato la sua vita, e già allora biascicava, mi pare, del suo progetto di partire. Ma il ricordo più intenso è che ci fu una brevissima corrispondenza tra noi, forse nel 1977. Lui era già a Roma, ed io gli chiesi di darci una mano, a me e ad Enzo, ad isolare un avversario comune, un tale Francesco Vicino, che aveva avuto campo libero nell’Università, lui che non ci lavorava, a proporsi come massimo referente sindacale. Un tipo privo di scrupoli, che morì ammazzato, alcuni anni dopo, per una confusa storia di donne e di camorra. Qualcun altro, Michele, mi ha poi raccontato che c’era dell’altro, che Vicino stava per portare allo scoperto le trame di interessi che si infittivano sullo scenario del caso Cirillo, assessore all’urbanistica della Regione Campania, notabile democristiano, rapito dalle Brigate Rosse. Non so quale sia la verità. Di certo c’è che Roberto mi rispose, mi diede delle indicazioni. Ho conservato quella lettera come una reliquia, per un certo numero di anni. Tempo dopo quella scarna corrispondenza, seppi da Enzo che Roberto era stato arrestato in un blitz a Radio Proletaria. Ogni rapporto con lui si perse: noi, nella nostra vita da travet, e lui, profugo a Parigi, forse tutti mai veramente arresi all’evidenza dei fatti. Se ne parlava con l’enfasi del mito, di Roberto, della sua lealtà, della sua grande motivazione ideale. Poi, d’improvviso, nel 1992, Enzo, sempre più informato di me, mi chiama: “Roberto è a Napoli, a Palazzo Marigliano. C’è una conferenza dei prigionieri politici. Forse ci sarà pure Renato Curcio”. Andammo. Parlammo con lui, dopo. Ma conservava di noi, del tempo in cui c’eravamo conosciuti, un vago ricordo. Venti anni! Un abisso scavato dalla sclerosi, che l’aveva pure ridotto incerto sulle gambe. Eppure, era uguale a come lo ricordavamo. Alto, lineamenti dolci che tradivano la sua sensibilità, anche se un po’ ingrigito dal tempo. L’ho visto una sola altra volta, dopo allora, a piazza San Domenico Maggiore, e si aiutava col bastone. Ma non mi sono fermato a parlare. Non mi piace farmi riconoscere, presentarmi come un fantasma che emerge dal passato. Enzo mi disse: “Andiamo a trovarlo”. Rifiutai, pensando che in cuor suo Roberto avrebbe avuto da rammaricarsi del fatto che, mentre noi eravamo al sicuro, lui era al freddo, ad inseguire le complesse chimere della lotta armata. Anni dopo, quasi in un gesto di purificazione, come a voler troncare con i ricordi, consegnai ad Enzo la lettera che Roberto mi aveva scritto. |
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francesco ragonewrote:
e la vita che mi sta scoprendo zio........xke io potrei pure fermarmi a qst eta e non scoprire cio che viene dopo.....xo il tempo scorre e mi manda avanti anche se non voglio...e giusto prof????
Dec. 8
francesco ragonewrote:
Nov. 30
Vincenzowrote:
Non c'è malaccio ...
Quella delle foglie d'autunno si potrebbe mandare a Steve Digicams. Mi sembra quasi il suo genere
Nov. 9
francesca ragonewrote:
sei riuscito a fare la foto piu' bella...grrrr..
Nov. 7
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